Costruiamo il partito della partecipazione
Ciao a tutti, partecipo con convinzione ed entusiasmo a questa iniziativa verso la quale tuttavia vorrei chiarire il mio pensiero:
la nostra dignità di cittadini si scontra quotidianamente con la mancanza di strumenti che ci consentano una reale e fattiva partecipazione alla costruzione di un Paese realmente democratico. C'è un deficit evidente di partecipazione, negata di fatto e di diritto, e, di conseguenza, un deficit di rappresentatività di tutta la classe politica. La debolezza vera della nostra democrazia è proprio la mancanza di rappresentatività che è la radice originaria e profonda da cui si dirama il groviglio di nefandezze a cui da troppo tempo assistiamo.
I nostri “rappresentanti” sono perfettamente consapevoli che la mancanza di rappresentatività è l'unica cosa che li può davvero denudare perché è l'unica cosa che li rende illegittimi ad occupare il posto che occupano, e sanno bene che devono custodire questo inganno con tutte le forze. E d'altro canto hanno argomenti forti per farlo, così forti che di fronte ad essi si rimane comprensibilmente di stucco: e cioè il voto, il suffragio elettorale! Quando qualcuno li incalza proprio sul tema della rappresentatività, e purtroppo non succede spesso, loro ti gridano in faccia che non sono e non si sentono affatto non rappresentativi perché occupano il posto che occupano forti della legittimazione che i cittadini hanno riconosciuto loro con lo strumento democratico del voto. Il voto è il vero usbergo con cui si proteggono da ogni attacco.
E invece è proprio qui che sta l’inganno, la truffa, la più grande delle menzogne che ci viene propinata da molti, troppi anni a questa parte. Il grande imbroglio, per mezzo del quale loro riescono a conservarsi e auto riprodursi. Ovviamente nessuno può negare l'importanza del voto. Il voto è ovviamente fondamentale. Il suffragio universale è il simbolo della democrazia. Ma il voto non è affatto sufficiente: nella nostra costituzione, nel primo dei 129 articoli della nostra costituzione, c’è scritto che “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nei limiti e nelle forme stabilite dalla costituzione”. E non c’è scritto invece, come ci vorrebbero far credere che … la sovranità appartiene al popolo che la esercita con il voto. La democrazia è molto più complessa e i nostri costituenti lo sapevano bene. Il voto non è l'unico strumento attraverso il quale il popolo esercita la sua sovranità. Il grado di rappresentatività di una classe politica non dipende solo dal grado di consenso e di legittimazione che le viene riconosciuta attraverso il voto ma anche dalle modalità e dagli strumenti con cui i cittadini possono delegittimarla quando è necessario e attraverso i quali possono promuoverne e guidarne il rinnovamento. Questi strumenti hanno un nome ed un cognome ben precisi: si chiamano partiti politici. Soltanto per mezzo dei partiti i cittadini possono negare il consenso e favorire il ricambio della classe politica. Perché il ricambio non è la possibilità di votare a destra o a sinistra favorendo ora l’uno e ora l’altro schieramento politico. Non è una questione di avvicendamento delle maggioranze di governo. Certo, da questo punto di vista, l’introduzione, agli inizi degli anni novanta, di un sistema elettorale, quello maggioritario, che ha reso sostanzialmente bipolare lo scenario della nostra politica, ha permesso il gioco, che potremmo definire orizzontale, della nostra democrazia, quello cioè che permette uno spostamento degli equilibri di potere da destra a sinistra e viceversa. Tuttavia il vero ricambio è quello che proviene dal basso e spinge verso l’alto, che proviene dalla società civile, almeno da quella parte più politicizzata, più attenta alle cose della politica, che vorrebbe partecipare, contribuire, incidere nel destino proprio e del proprio Paese. E’ quel ricambio, quell’avvicendamento che potremmo definire di tipo verticale la vera lacuna del nostro sistema politico. E questo tipo di ricambio non è garantito affatto dal voto quanto piuttosto dai meccanismi di selezione della rappresentanza che vengono prima del voto. E i luoghi dove si sviluppano questi meccanismi sono i partiti politici.
Ed è proprio nei partiti che si è insinuato in questi anni un dispositivo di "esclusione", prodotto dallo smantellamento della loro organizzazione interna, attraverso il quale si sono trasformati in vere e proprie oligarchie di comando, che si conservano e si auto riproducono, bloccando ogni ipotesi di ricambio. La maggioranza della popolazione, la maggioranza di noi cittadini, persino quella quota minoritaria iscritta ai partiti, ma che non è però interna ai circoli ristretti e privilegiati della decisione politica, è stata letteralmente espropriata di ogni prerogativa. Ecco perché il voto non serve a nulla in queste condizioni: perché l’elettorato viene chiamato solo a ratificare, a determinate scadenze, programmi e candidati, proposti, scelti e designati da una piccola minoranza di persone. E non è un problema che si risolve modificando l'attuale legge elettorale con cui ci hanno scippato anche la possibilità di dare la preferenza al singolo candidato. O quanto meno non è solo una questione di legge elettorale. Certo, è giusto pretendere di riappropriarci della possibilità di dare il voto di preferenza. Ma il problema vero è un altro: il problema è quello di regolamentare uno spazio, quello fra istituzioni e cittadini, quello occupato dai partiti politici, che è privo di qualunque regolamentazione democratica. Questo spazio oggi è un territorio senza legge. Nonostante le importantissime funzioni pubbliche che essi assolvono (e fra queste quella che essi assolvono per natura, cioè anche quando non sono in grado di farlo: la selezione della rappresentanza) i partiti politici sono completamente ignorati dal nostro ordinamento. Essi sono privi di personalità giuridica e sono considerati dal nostro ordinamento delle semplici associazioni di fatto. E su di essi non si è mai legiferato per regolamentarne il ruolo ed il funzionamento.
Fino a quando il sistema dei partiti rimarrà privo di ogni regolamentazione non c'è alcuna speranza che la nostra democrazia possa uscire dallo stato agonizzante in cui si trova. E non illudiamoci di poterli cancellare per sempre una volta per tutte. Perché uno strumento diverso dai partiti non esiste: essi occupano quello spazio che separa le istituzioni dai cittadini, che comunque senza i partiti rimarrebbe vuoto solo per un istante. E ad occuparlo dopo questo istante, una volta eliminati i partiti, sarebbero solo altri partiti. Non c’è alternativa. L’unico modo per eliminare i partiti (che rappresentano, appunto, una parte della società e non tutta come invece fanno le istituzioni) è che vi sia nella società unanimità di vedute su ogni cosa. Cioè che ognuno di noi la pensi su tutto allo stesso modo. Siccome questo non è possibile i partiti, comunque li si voglia chiamare (fazioni, correnti, movimenti), esisteranno sempre, almeno in un sistema democratico. Il problema è quello di dare loro delle regole perché oggi il sistema dei partiti è un territorio in cui vige la legge della giungla e a primeggiare in queste condizioni sono le bestie più feroci, le più furbe, le più ciniche. E la legge della giungla in questi anni ha finito per contaminare anche le istituzioni rappresentative dove queste bestie feroci regnano incontrastate.
Regolamentare questo spazio, quello che c'è fra la politica e la società civile, fra governanti e governati, che è lo spazio in cui i partiti naturalmente si collocano, è il solo modo per uscire dalla crisi che attraversa il nostro sistema politico perché in una democrazia dove non funzionano quei fondamentali strumenti di partecipazione che sono i partiti politici è impedito il funzionamento stesso della democrazia e anche il voto con una nuova legge elettorale (proporzionale o maggioritaria che sia), in queste condizioni, non ha senso.
Quello che manca in questo Paese sono le regole della politica, le regole della disputa, quelle che mettono in relazione le istituzioni ed i cittadini, quelle regole che vengono prima di ogni discussione: delle pensioni piuttosto che del lavoro, dell’economia piuttosto che dell’immigrazione, della sanità piuttosto che della scuola, se ne parla troppo, e pure da troppo tempo, facendo finta di ignorare che quello che manca invece sono le norme che regolano questo dibattito. Quelle norme che impedirebbero finalmente che esso risulti inutile e sterile, quando non addirittura strumentale e perverso come è stato in questi anni.
E’ qui che scaturisce l'importanza di questo momento. Perché fortunatamente non c'è solo la strada della regolamentazione legislativa ma anche quella dell'autoregolamentazione, che è proprio ciò che dobbiamo perseguire per dimostrare che è possibile organizzarsi per raggiungere un comune obiettivo nel rispetto delle regole fondamentali che devono guidare il confronto reciproco.
E’ da qui che scaturisce l’idea di partecipare alla vostra iniziativa: per costruire insieme il partito delle regole, il partito della partecipazione, dell’organizzazione democratica, delle garanzie di inclusione e di opportunità di confronto, di partecipazione concreta e costante alla selezione delle classi dirigenti e alla selezione delle candidature per le assemblee elettive pubbliche a tutti i livelli.
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Commenti
volevo risponderti
ma lo ha gia fatto Sergio! benvenuto.. dai un occhiata a questo sito e anche a www.retedeicittadini.it
A parte il nome "partito" che
A parte il nome "partito" che eviterei (c'è bisogno di nomi nuovi per forme nuove), sono molto d'accordo con il tuo articolo.
In realtà lo stiamo già facendo. La RETE DEI CITTADINI è nata per questo. Non solo, il progetto di lista partecipata nazionale è un'ulteriore passo nella direzione che dici.
http://www.democraziadiretta.net/content/progetto-di-lista-partecipata-n...